Leggendo "Il Fasciocomunista", avevo trovato, tra le righe, la storia, ormai dimenticata, di Paolo Rossi. Non il calciatore. Paolo Rossi aveva almeno il conforto di comparire non solo tra le pagine di un gran bel libro, ma anche tra i versi di una splendida canzone di Antonello Venditti. Il giudice Saetta, invece, compare, anonimo, tra le parole di uno dei libri migliori che io abbia letto negli ultimi anni: "Romanzo Criminale". Romanzo Criminale è quasi epico, corale e sta sempre in equilibrio tra la simpatia per i delinquenti e il rimprovero per un certo tipo di società, di modo di governare che legittima la criminalità organizzata. E' all'interno di questo magnifico volume di 600 e più pagine, che si nasconde anche la storia del Magistrato Antonino Saetta. Don Carlo, il personaggio del romanzo che impersona il capo mafia, ad un certo punto della storia, festeggia l'uccisione di un giudice. Il braccio destro di Don Carlo, in quest’occasione, ha una specie di cedimento, perché non capisce il voler festeggiare la morte di un giudice e del figlio, disabile (scoprirò più avanti che non è propriamente la verità). Don Carlo risponde che il ragazzo non poteva rimanere orfano! Oltre la metà degli anni ottanta, quindi, in Sicilia, la mafia uccise un giudice e anche il figlio e io non ne ho memoria. Che non ne abbia memoria è più che plausibile. In fondo, sono nata solo nel 1982, ero molto piccola. Ma la memoria non è fatta solo di cose che abbiamo visto con i nostri occhi, si costruisce anche con i racconti ascoltati, con gli articoli letti, con la tv, il cinema. E questa cosa proprio mi manca. Ho chiesto anche ai miei. Nemmeno loro ricordavano. Papà ha azzardato un nome: il giudice Terranova. Anche questo nome mi era sconosciuto. L’ho cercato e ho scoperto che il giudice Cesare Terranova è stato ucciso il 25 settembre del 1979, in un agguato probabilmente ordinato da Totò Riina. Ucciso insieme al Maresciallo Mancuso, che gli faceva da scorta.
Con una breve ricerca su google, sono, invece, arrivata al nome del giudice ucciso insieme al figlio. Antonino Saetta, di Canicattì. Ucciso nello stesso giorno (fatalità? Calcolo?) del giudice Terranova ma 9 anni dopo. Era il 1988 e io avevo sei anni, mia sorella solo uno. I giudici saltavano in aria come niente, in Sicilia, ma nessuno faceva qualcosa per impedire che la carneficina si fermasse. A distanza di 21 anni, non mi pare che ci si ricordi abbastanza di uomini di tale valore, che pur di far bene il proprio lavoro (non un lavoro qualsiasi, bensì un mestiere utile a far sentire al sicuro ognuno di noi), hanno messo a repentaglio la loro vita. Il giudice Saetta fu ucciso a sessantasei anni non compiuti (mancava un mese, solo uno, uno esatto), insieme al figlio Stefano, che non era propriamente un disabile. Si stava occupando (e, dunque, stava infastidendo) del processo concernente l’uccisione del Capitano Basile. Prima ancora, si era occupato del processo sull’uccisione di Rocco Chinnici. Padre e figlio furono assassinati sulla strada tra Agrigento e Caltanissetta, di ritorno dal battesimo di un nipote. Solo nel 1995, furono individuati i mandanti: Totò Riina e Francesco Madonia. Pietro Ribisi fu l’esecutore materiale, insieme ad altri criminali ormai morti.
Perché di Antonino Saetta ci siamo dimenticati? Il solito oblio all’italiana, secondo me. Ma ecco che ne pensa l’altro figlio, Roberto, in un passo che ho trovato sul sito www.solfano.it: “All'oblio hanno concorso vari fattori: anzitutto, la sua poca notorietà da vivo, determinata in parte dalle funzioni che svolgeva, che erano funzioni "giudicanti", solitamente poco illuminate dai riflettori delle telecamere.
In secondo luogo, la sua naturale riservatezza, che dovrebbe essere tuttavia una virtù o un dovere per ogni magistrato. Probabilmente ha contribuito anche il luogo scelto per l'omicidio, un luogo lontano da Palermo, città ove era la sua residenza e ove svolgeva la sua attività. Ancora più sconosciuta è la figura del figlio Stefano, morto con lui, all'età di 35 anni. Talmente sconosciuta che, in quel mediocre film intitolato "II Giudice Ragazzino", film che non è piaciuto neanche ai genitori di Rosario Livatino, Stefano viene incomprensibilmente rappresentato come un disabile allo stato vegetativo sulla sedia a rotelle, quando invece era un giovane fisicamente sano, e addirittura sportivo: era un ottimo nuotatore, faceva spesso lunghe camminate, e talvolta giocava pure a calcio.
Aveva avuto dei disturbi psichici, dai quali però era sostanzialmente guarito già diversi anni prima della morte.”
Dunque, dall’unico film in cui compaiono il giudice Saetta e il figlio Stefano emerge un ritratto errato e superficiale. Si potrà mai rimediare a quest’ingiustificato oblio?